La rivista

Una rivista neonata, ma con una grande storia alle spalle: così può presentarsi la proposta editoriale di “incroci. semestrale di letteratura e altre scritture”, diretto da Raffaele Nigro e Lino Angiuli ed edito a Bari per i tipi di Mario Adda. Il primo fascicolo è apparso nel primo semestre del 2000, assecondando il desiderio di riportare in uno spazio condiviso i percorsi individuali dei due scrittori e dei loro ‘storici’ compagni di lavoro, che nella seconda metà degli anni Novanta avevano visto interrompersi, ‘per causa di forza maggiore’, un interessantissimo sodalizio letterario durato all’incirca un ventennio. La redazione di “incroci”, fatti salvi alcuni più giovani ‘acquisti’, operanti nei Dipartimenti letterari e filologici dell’Università e nelle biblioteche di Bari, proviene dalle fecondissime esperienze di periodici, quali “Fragile”, all’inizio degli anni Ottanta (edito da Levante di Bari) e, soprattutto, “in oltre”, edito da Schena di Fasano dal 1988 al 1994 (con un numero speciale di congedo ‘postumo’ del 1997), sulle cui pagine aveva trovato spazio quella definizione etico-estetica del post-rurale che rimane, forse, la testimonianza di protagonismo creativo pugliese più capace di originali apporti alla maggiore cultura nazionale e transnazionale del secondo Novecento, dopo la prematura scomparsa dell’indimenticato Vittorio Bodini, nel 1970. Ed è precisamente dalle spoglie di “in oltre” che procede l’esperimento di “incroci”, con la promessa di accentuare, se possibile, sia l’‘in’ che l’‘oltre’ dello scrutinio letterario, accompagnando all’antica vocazione della comparatistica geografica, con evidente interesse per le aree periferiche della produzione culturale, la riscoperta di una comparatistica storica, per così dire, e di un orientamento interdisciplinare.
Il forte impegno sperimentale, condotto dai più anziani del gruppo sin dalla fine degli anni Sessanta, inclina il progetto della rivista verso una disponibilità empirica all’incontro e allo scambio, senza pregiudiziali di sorta e senza pronunciare atti di fede su un’idea predeterminata della storia della nostra cultura: pertanto, l’interesse spiccatamente contemporaneistico di “incroci”, consueto per una rivista militante, si qualifica – originalmente – come una definizione del presente (creativo e critico) quale ‘incrocio’ di passato e futuro, recuperando un’attenzione alla tradizione storica della cultura italiana (‘alta’ e ‘bassa’, letteraria e popolare, in lingua e dialettale, ma anche estetica e antropologica) che respira nelle nostre stesse voci e si comunica da sé, ‘approfittando’ del nostro bisogno di comunicare e di pensare/dire il domani. A suggerire questo itinerario di ricerca concorre, altresì, la peculiare condizione storico-geografica della Puglia, regione nella quale nasce e si sviluppa in prima istanza il lavoro di “incroci”: una terra che si pone come naturale crocevia di culture e di lingue, di letterature e di religioni, di architetture e di tradizioni, che si vorrebbe continuassero a lasciare una traccia nella memoria collettiva e nella formalizzazione artistica, come già a lungo e profondamente è stato nel passato.
Dal punto d’osservazione più orientale della terra d’occidente – un occidente che è pure da intendersi, metaforicamente, come condizione di una ‘caduta’, di una ‘crisi’ la cui assunzione in conto si rende ormai necessaria come premessa a una sfida conoscitiva ed etica – “incroci” scandaglia il territorio dell’alterità, indagando i flussi e gli intrecci vocali fra cultura ‘egemone’ e culture subiacenti, con attenzione all’analisi dei rapporti di forza dialettica e agli esiti fenomenologici e gnoseologici degli incontri/scontri. All’obiettivo della registrazione di una pluridiscorsività che tende a farsi intertestualità, è parso, infatti, funzionale il caro, antico strumento della rivista, da intendersi come spazio aperto e permeabile in ogni direzione, nella consapevolezza che, ad ogni scambio, ad ogni ‘incrocio’, gli itineranti possano scegliere sempre nuovi percorsi, divenendo, di volta in volta, guide, compagni, o anche semplicemente passanti occasionali, ai quali si sarà offerta un’opportunità di conoscenza e di contaminazione reciproca. Una particolare simpatia viene riservata a quei contributi critici che scelgano di operare nel campo della ricerca transtestuale (nella più ampia accezione genettiana), quale metodologia più adeguata alla ricognizione della tradizione dei modelli e all’individuazione delle relazioni tra autori cronologicamente o geograficamente dislocati.
Riconoscendo nella scrittura uno dei molti modi di espressione materiale di testimonianze, memorie, progettualità, aspirazioni, spiritualità, sentimenti dell’individuo e del suo referente sociale, la rivista non si priva dell’opportunità di ‘spiare’ nei circonvicini territori delle altre arti, quelle visive prima di tutto (ma anche, nel prossimo futuro, il teatro, il cinema, la musica…), specie quando i diversi codici espressivi convergano intorno ad un medesimo tema.

Daniele Maria Pegorari

 

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